lunedì 9 marzo 2009

Relatività


Sono nella stanza dai vetri oscurati. Si vede tutto, fuori. Ma nessuno fuori può vedere quello che succede dentro. Sul sentire, però, è tutto un altro paio di maniche. Anche i privilegi gerarchici cedono di fronte al budget. Mi guardo intorno, e mi vedo inscritto tra una doppia scrivania, uno schermo al plasma a muro, un angolo bar e la vetrata che da’ sul reparto amministrativo. Tutto al femminile. Detto così sembrerebbe il paradiso, ma la stanza ha l’odore stantio di chiuso, e mi ricorda la teca di Ötzi, la Mummia del Similaun. L’uomo ha sempre cercato di rendere accoglienti i propri feretri.
“Deve maturare le ferie, prima di poterle chiedere.” Mi dice così, senza neppure guardarmi in faccia. È perso nella contemplazione di alcune stampe di Escher. “Sì, certo”, rispondo. Non certo una frase memorabile, ma cosa avrei dovuto dire? Mi annoio, l’odore mi disturba e sto guardando le gambe della stagista. Sono impegnato. “Qui si vive del Fatturato, e per la Compagnia le ferie sono un debito nei confronti dell’impiegato.” Belle gambe, niente da dire.
“Quindi, non appena le avrà maturate, dovrà esercitarle. Bisogna tenere duro, masticare amaro. È un periodo di crisi…”. Dice tutto senza staccare gli occhi dai lavori di Escher. “Ovviamente”, rispondo io, senza staccare gli occhi dalla stagista.
Le segretarie tornano dalla pausa caffè, la quarta della mattina. Prendono tutte il caffè dalla macchinetta al piano di sopra, quella cui non viene mai pulito il serbatoio dell’acqua. Ha le alghe, ormai. È buono per uno studio botanico. Sembrano uscite da un incontro con Tito Ortiz. Ma d'altronde, qui si entra ogni mattina pensando al fatturato, e si esce contando il ricavo. Sperando di aver compilato abbastanza carte da soddisfare la fame del Faraone che dorme nella teca dai vetri offuscati.
“Mi sta ascoltando?”, mi chiede. È ancora impassibile, perso in simmetrie nascoste. “Hm, no, mi scusi, mi ero perso.” Come se potessi andare da altre parti, ora che sono qui. “Ecco, vede? È anche di questo che volevo parlarle. Lei non fa gruppo. Non mangia con noi, non viene agli aperitivi, non partecipa. Lei è…” per un attimo temo che possa perdere la via al suo mondo di rototraslazioni, ma subito riattacca. “…Lei è fuori contesto.”
Davvero un bel telaio, la stagista. Peccato sia simpatica come un montanaro con la basa cattiva.
“Eh, vede… ho altro da fare. Non c’è spazio, in mensa. Si soffoca, e si sente solo parlare di matrimoni e fatturato. Fatturato e matrimoni. E poi fa troppo caldo. Preferisco uscire.” Inizia a dare segni di agitazione. “Ma così non si amalgama, non mi salda la catena. La Compagnia vive della catena.”
“Non è che mi senta troppo parte della catena.” “Come, scusi?” non guarda più le stampe appese alla parete. Guarda me. Ma non mi vede. Vede l’impossibile. Ha la bocca spalancata a O. Se continua così ancora per qualche minuto gli verrà un’emiparesi.
“Dicevo che non mi sento parte della catena. Che non voglio farne parte, non sono un anello. Sono io e basta.” Sbuffa, si agita, ma rimane sempre composto. Il successo è immobile. “Ma lei non capisce! La Compagnia vive sui clienti, e sono quelli come lei che li mantengono soddisfatti e ci fanno vivere!”
Ecco la vita. In meno di venti secondi si passa da anello di ghisa a escort di basso rango. Poteva anche andare peggio.
“No, in effetti non capisco.” Capisco benissimo che mi farei uno spritz, e inviterei pure tutto il reparto. Quello femminile.
“Non capisco perché devo stare con le ginocchia tra fango e morchia, a lavorare oltre l’orario prefissato, solo per permettere alla compagnia di chiedere un fatturato extra al cliente. Non capisco perché debba passare la vita in camere d’albergo in compagnia degli annunci pubblicitari delle calde studentesse ninfomani.”
“E soprattutto non capisco se per morire devo prima maturare le mie cazzo di ferie.”

3 commenti:

Officina Infernale ha detto...

lavori per la Leviathan oil company? ricorda la tua anima e' nostra...sencondo le norme vigenti della privacy possiamo torturarla per l'eternita'...

alessandro c ha detto...

la prima volta che ho venduto l'anima avevo dodici anni. l'hanno presa gli stooges. da lì in poi è stato un lungo salto.

the.duch ha detto...

era ora cazzo.
era ora.